Leggiamo dal blog dell’Avvocato Iacopo Maria Pitorri di Roma una interessante panoramica sulle cifre e le prospettive dei lavoratori italiani anche dal punto di vista dei diritti umani. Tempo di crisi occupazionale, economia traballante, certezze per il futuro sempre più sbiadite e scoraggiamento che attanaglia in misura crescente lo spirito di numerosi lavoratori. E così, può succedere che, per non perdere il posto e suo malgrado, il dipendente possa trovarsi a subire maltrattamenti, ricatti, episodi di mobbing o sfruttamento. Situazioni che non dovrebbero concretizzarsi. Situazioni che purtroppo, però, si concretizzano più di quanto si possa immaginare. Perché il progresso, la tecnologia, le scoperte scientifiche e tutte le innovazioni di cui il mondo è stato capace negli ultimi secoli non rendono immuni, non allontanano il pericolo di dimenticare quanto sia importante l’uomo, la sua vita, la sua dignità. Valori imprescindibili, diritti umani, che vanno tutelati e garantiti. Sempre. Spesso, però, ci si scontra con realtà totalmente diverse, che raccontano un’altra storia. E, così, i contesti lavorativi si trasformano in autentici incubi per il lavoratore che, però, non può permettersi ribellioni per non perdere il posto occupato. Le aziende, invece, dovrebbero mettere al centro della propria mission il rispetto dei diritti umani. A tal proposito, l’11 aprile 2016 fu presentato il “Blueprint on Business & Human Rights”, una serie di linee guida create da CSR Europe, al fine di completare il rispetto dei diritti umani, attraverso l’individuazione di 6 criteri fondamentali. Proprio su questi 6 importanti principi, il documento invita le aziende al rispetto dei diritti umani nel contesto aziendale e lavorativo. Ma quale realtà vivono i lavoratori italiani in tema di rispetto e tutela dei diritti umani? Partiamo, intanto dalla situazione delle donne. In relazione alla questione della differenza di genere (gender gap, in inglese), il contesto lavorativo italiano non fa registrare una situazione eccessivamente drammatica. Infatti, stando ai dati pubblicati nel maggio 2019 dal Global Gender Gap Report, l’Italia si attesta al 70° posto al mondo su 149 paesi censiti. Infatti, le stime raccolte parlano di un 30% di donne intervistate su un totale di 1400, che ha denunciato casi di discriminazione sul posto di lavoro. Ovviamente si potrebbe e si dovrebbe fare meglio. Non si parla di percentuali altissime, ma non si può affermare con sicurezza se si tratti di una situazione positiva. La freddezza dei numeri non restituisce la certezza di una condizione florida, poiché nelle cifre potrebbero nascondersi molti casi taciuti e tanti silenzi mai urlati. Se l’Italia non presenta un quadro allarmante sulla questione della discriminazione di genere, altrettanto non si può dire per la retribuzione mensile. Infatti, sono proprio le donne italiane a guadagnare di meno: 28384 dollari contro i 50584 di cui godono i colleghi maschi. Una voragine a ben guardare. Spostando l’attenzione sul tasso di occupazione, sono ancora i diritti delle donne  a non trovare piena realizzazione. Ed anche questa volta l’asettica freddezza dei numeri restituisce una realtà su cui bisogna ancora lavorare molto: solo il 49,5% delle donne risulta occupata nella fascia di età compresa tra i 15 e i 64 a fronte di un 67,7% di uomini nella medesima condizione anagrafica. 

 Continua a leggere sul blog dell’Avvocato Iacopo Maria Pitorri. La discriminazione è imputata non solo al genere, ma anche all’età. Infatti, molti datori di lavoro guardano alla maternità come ad un problema e non come un’opportunità. Seppur sia stata registrata una percentuale bassa, il 6%, dai dati emerge come la donna di età compresa tra i 30 e i 40 sia vista come “propensa a metter su famiglia”. Pertanto, con probabilità di assunzione, a volte, molto risicate. Per quanto riguarda la discriminazione sul contesto lavorativo in base all’orientamento sessuale, alla religione o alla nazione di provenienza, l’Italia pare aver compiuto notevoli passi in avanti e, tra le persone intervistate, si sono registrate percentuali comprese tra l’1,4 e il 6%. A fronte di dati positivi che testimoniano una maggiore tutela dei diritti umani rispetto alla razza, alla religione e al paese di provenienza, c’è invece una stima allarmante che dovrebbe scuotere le aziende italiane e incoraggiare a fare di più. 641000 denunce per infortuni sul posto di lavoro, 1133 le vittime, +2,5% di malattie professionali. Numeri che racchiudono realtà drammatiche, che parlano di condizioni di sicurezza minime e, talvolta, assenti nel contesto professionale. Cifre che raccontano di aziende che risparmiano sulla sicurezza e sulla formazione, mettendo a rischio la vita dei lavoratori. Quando non dovrebbe esistere risparmio per la tutela della vita e della salute di un essere umano. Dunque, se i lavoratori italiani sembrano godere di una maggiore garanzia dei propri diritti da rischi di discriminazioni di genere, razza, provenienza, orientamento sessuale e religioso, molto c’è ancora da fare per tutelarne la salute e la sicurezza nel contesto aziendale. Pertanto, l’Italia, un po’ come lo studente svogliato, deve e può fare di più per incoraggiare e promuovere la protezione dei diritti umani dei lavoratori nell’ambiente professionale.